Phubbing

Phubbing” è un termine nato nel maggio del 2012. Un’agenzia pubblicitaria, la McCann, aveva creato una vera e propria campagna per trovare  un termine che indicasse il comportamento di chi si isola immerso nel proprio telefono cellulare. Dalla fusione delle parole “phone” (telefono cellulare) e “snubbing” (snobbare), nacque appunto phubbing.

Staremo quindi sempre di più tutti con il capo chino sui nostri dispositivi mobili? No, il futuro è la cosiddetta “realtà aumentata”:  degli “occhiali” in cui realtà e mondo digitale si fonderanno nello sguardo attraverso un sofisticato dispositivo trasparente. Una vera e propria rivoluzione che modificherà radicalmente la nostra percezione.

Nel frattempo possiamo indugiare sul quanto sia maleducato fare phubbing, sul fatto che la tecnologia uccide la comunicazione, su come l’evoluzione uccida l’umanità. Ma possiamo permetterci anche di fare qualche riflessione diversa su questo fenomeno, provando ad esplorarlo oltre che giudicarlo.

  1. La prima considerazione inevitabile è che il creare dei limiti e delle regole, insomma combattere il phubbing ha avuto fino ad ora dei risultati sostanzialmente fallimentari. Non siamo in grado nemmeno di evitare efficacemente la vera e propria carneficina derivante dall’uso dello smartphone mentre si guidano auto e addirittura moto. È quindi difficile immaginare di riuscire nell’impresa quando non è nemmeno in pericolo la salute e la stessa vita delle persone. Le regole costrittive paradossalmente stimolano ribellione e dipendenza.
  2. Incredibilmente, di fronte ad un sostanziale impoverimento della comunicazione interpersonale in un’epoca apparentemente dominata dalla comunicazione, la comunicazione digitale diventa, tristemente, una forma di comunicazione possibile. Risulta di fatto più facile trasmettere informazioni con dei dispositivi piuttosto che con la parola. Inviando dei messaggi ci sono più possibilità che l’informazione arrivi, che ne resti una traccia, che si possa almeno rileggere qualcosa con più attenzione. La comunicazione digitale esprime il fallimento della comunicazione analogica, ossia il flusso delle emozioni, degli atteggiamenti, del proprio vissuto tra due individui in contatto.
  3. L’uso dei messaggi vocali, che sembrano una cosa del tutto assurda quando è ormai possibile telefonare senza costi, evita per magia uno dei peggiori ostacoli al dialogo, l’abitudine di non lasciare parlare l’altro ed interrompere senza aver ascoltato con un minimo di attenzione. Basta vedere un qualsiasi programma televisivo per rendersi conto di quanto sia diffuso il parlare addirittura in contemporanea rendendo inefficace qualsiasi scambio. Se ti mando un messaggio vocale, in un modo o nell’altro mi dovrai ascoltare, senza potermi interrompere.
  4. Non è difficile accorgersi che abbiamo infatti perso la capacità di ascoltare piuttosto che di parlare, di avere attenzione per i propri sentimenti, per quello che l’altro esprime con il tono di voce, con il linguaggio del corpo. Se si deve scegliere la giusta emoticon, la cosiddetta faccina, almeno ci dobbiamo chiedere che emozione proviamo, altra abitudine dimenticata. Siamo anche costretti a leggere o rileggere quello che viene digitato, mentre non siamo costretti ad ascoltare con attenzione quando qualcuno parla. Insomma, paradossalmente, la comunicazione digitale è un modo alternativo seppure limitato per poter almeno comunicare in un mondo sempre più superficiale e nevrotico. Una medicina amara all’alienazione dell’uomo. Una gamba artificiale non è una gamba, ma è meglio che non averla proprio.
  5. L’impoverimento e l’omogeneizzazione dei contenuti, l’assottigliarsi delle differenze politiche, culturali, religiose invitano inevitabilmente all’enfasi, all’eccesso. Superare i limiti nel linguaggio, nelle immagini, nei video è l’unico modo per avere consenso ed attenzione. Bisogna colpire e stupire, e non potendo differenziarsi nei contenuti si cerca di farlo nella modalità espressiva. Le limitate abilità comunicative fanno anche si che gli scontri verbali passino più facilmente dalle parole ai fatti, con intensificarsi di atti violenti. Le tante manifestazioni di ribellione al sistema dominante, che si esprimono anche nel fenomeno degli haters (quelli che odiano), dei troll (quelli che mettono zizzania) o altro ancora non sono che la dimostrazione lampante che non ne esistono alternative: la cosiddetta “controdipendenza” è solo la faccia meno evidente della dipendenza assoluta. Vivere contro qualcosa significa vivere nel culto costante di quel qualcosa, che diventa un riferimento perenne. Qualcosa di molto diverso da auto realizzazione, differenziazione ed autonomia.
  6. La comunicazione digitale è anche una perfetta alleata del desiderio di controllo, altro imperativo contemporaneo. Per sua natura è una comunicazione che consente molto più controllo sulla spontaneità e sulla creatività, che vengono invece vissute come pericolose ed ingovernabili. Ed allo stesso modo aiuta a non vivere il presente in pienezza, a non godere di ciò che si prova al momento, a non vivere momenti anche magici. Il piacere di un tramonto viene sostituito dalla previsione di un consenso per la bella foto fatta al tramonto con il cellulare. L’attenzione totalizzante per gli altri e la ricerca di approvazione altrui si sostituisce all’attenzione per il proprio mondo interno, per la propria unicità.

In conclusione quindi, piuttosto che combattere o combattersi perché dediti al phubbing, meglio provare ad esplorare le motivazioni più personale che ci portano a rifugiarci nello smartphone. Non possiamo eliminare questa nostra dipendenza, meglio integrarla dandogli una struttura nella nostra vita, diventando consapevoli delle nostre azioni. Potremmo scoprire qualcosa di prezioso, a condizione di riuscire ad essere gentili verso noi stessi piuttosto che inevitabilmente giudicanti.